Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull’io, anziché guardare
tutto dai suoi occhi.
Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione,
guardo la rabbia, la tristezza, l’eccitazione.
La presenza è riconoscere quello che c’è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere.
La presenza è smettere di aver paura della propria delicatezza.
Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato.
Nella presenza c’è discontinuità rispetto all’io.
Per sentire la presenza, bisogna fare un passo fuori dall’io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di essere nulla.
Il modo in cui guardiamo al nostro io è essenziale quanto lo sguardo stesso. Va allenato
uno sguardo tenero, compassionevole, uno sguardo fermo che vede i limiti ma non si trasforma in giudice, in critico puntiglioso e acido, né in risolutore dei problemi altrui.
In noi c’è qualcosa che non pretende e non si impone, qualcosa che semplicemente è.
Un puro conoscere sorridente.
Chandra Candiani da ‘Il silenzio è cosa viva.’ Einaudi
