Mindfulness

Incontrare lo spiacevole accanto al piacevole

Uno degli equivoci più diffusi, in particolare agli inizi, è quello di credere che il momento in cui ci sediamo per la nostra pratica quotidiana sia l’inizio di una mezz’ora di pace e tranquillità.
Ci predisponiamo in una stanza appartata, stacchiamo il telefono, avvisiamo i nostri coinquilini che per un po’ non saremo disponibili.
Tiriamo un bel sospiro di sollievo, assumiamo la posizione, chiudiamo gli occhi e … ecco che iniziamo a sentire un qualcosa di indefinito, una sensazione di disagio, la voglia di muoverci. Appare un’immagine che ci disturba. Una strana frenesia si impossessa di noi. Il corpo entra in fibrillazione, o invece quasi quasi ci sembra di non sentirlo più.
E partono i pensieri: “Devo essere più concentrato”; “Ecco come al solito non riesco”; “Lo sapevo non è per me”.
Stiamo incontrando lo spiacevole piuttosto che il piacevole che ci aspettavamo.
La buona notizia è che, contrariamente alle aspettative, fare pratica di mindfulness significa proprio questo: incontrare tanto il piacevole, quanto lo spiacevole.
E poiché tendiamo sempre a rifuggire ciò che ci procura malessere (e questo malessere è proprio il frutto del rifuggire) metterci lì, buoni buoni, semplicemente ad essere con ciò che sorge, senza interferire, permette allo spiacevole finalmente di affacciarsi alla nostra consapevolezza.
Nel suo libro “La pratica della consapevolezza in parole semplici” Henepola Gunaratana scrive:
«I vari ostacoli ed i vari problemi che sorgono durante la meditazione sono soltanto più grano da macinare per il nostro mulino: tutto è materiale con il quale lavorare… Perciò non meravigliatevi quando vi imbatterete in certe esperienze che sembrano un muro di mattoni. Non crediate di essere speciali: ogni meditante esperto ha i suoi muri di mattoni che tendono a riformarsi. Aspettateveli e siate pronti ad andare loro incontro».
E ci incoraggia: «La vostra capacità di affrontare le difficoltà che sorgono durante la meditazione vi seguirà nel resto della vostra vita, e vi consentirà di risolvere le questioni importanti che veramente vi preoccupano. Il nostro compito, in quanto meditanti, è quello di imparare ad essere pazienti con noi stessi, di imparare a vedere noi stessi senza preconcetti, di imparare a vederci completamente, con tutti i nostri dolori e con tutte le nostre inadeguatezze. Dobbiamo imparare a essere gentili con noi stessi».
E ci insegna: «La gentilezza, paradossalmente, comporta l’essere disposti ad affrontare le cose spiacevoli allorché appaiono nella nostra vita».
Dare più fiducia alla curiosità invece che a paura e pregiudizi, permetterle di aprire il cuore e la mente, e consentire, in questa apertura, ai fenomeni di essere ciò che sono ci porta, come ci ricorda Frank Ostaseski, oltre l’illusione dell’accettare e il rifiutare (chi siamo noi per poter veramente fare questo?) nella reale equanime gentilezza, che scaturisce dalla comunione con l’esperienza del momento presente.